L’importanza della calma

Vivere di questi tempi sembra una sfida ogni giorno più difficile. Tempi di crescente disagio economico, di estremismi resi manifesti da atti infausti in ogni angolo del pianeta, di violenze domestiche sempre più efferate, di pornografia, di musica (?!?) martellante e video stroboscopici e quanto di più disarmonico e aberrante è possibile immaginare e produrre. Con uno scenario simile è veramente straordinario riuscire a mantenere la calma.

Il punto è che per riuscire a venir fuori da questi processi distruttivi voluti dall’establishment, la calma interiore è l’unica via per conseguire la chiarezza mentale e riuscire ad attraversare la vita senza restare imbrigliati nei meccanismi distorti della società odierna e per aprirsi all’abbondanza di doni che essa ha per noi. Ma non solo, la calma è la via per la pace interiore e, di conseguenza, per realizzarsi nella vita.

La calma fa meraviglie. Se ci riflettiamo sappiamo bene che diamo il meglio in condizioni di quiete, quando siamo centrati, mentre falliamo quando siamo in preda all’agitazione. Sappiamo che essere calmi porta ad essere efficaci. Inoltre, è significativo sapere che perseguire la calma non ha effetti solo sul piano individuale, ma si riflette anche a livello collettivo.

Nel 1933 a Washinghton DC è stato condotto un esperimento di Meditazione Trascendentale, in cui l’organizzazione TM, insieme all’Università di Stanford, ha condotto un esperimento allo scopo di provare l’effetto a macchia d’olio della calma. L’obiettivo era di trovare quattrocento persone disposte a meditare in un centro conferenze di Washington DC,  per un periodo di otto settimane. I matematici quantistici di Stanford calcolarono che l’effetto  a macchia d’olio di quattrocento menti calme avrebbe prodotto un calo del 25% dei crimini violenti (omicidi, stupri e aggressioni). Sebbene le forze dell’ordine fossero scettiche al riguardo, durante quel periodo, mano a mano che il numero di meditanti aumentava, effettivamente il tasso di crimini violenti scese, creando un grafico simile a una grande X. QUI potete vedere il rapporto di questo esperimento e verificare l’attendibilità di quando inizialmente predetto.

Se tutti fossero consapevoli del valore della calma, questo pianeta cambierebbe istantaneamente; non è una favola o un auspicio, è realtà. E’ stato provato sperimentalmente, ed è reso evidente dalla fisica quantistica, che l’energia evoca una risposta dall’energia: la mia energia modella e modifica la tua e viceversa.

Purtroppo, la maggior parte dell’umanità investe le proprie energie in modo scorretto, indirizzandole verso le priorità sbagliate, lottando costantemente per conseguire benessere materiale ed economico e potere personale.  Purtroppo, per molti la parola “successo” è ancora sinonimo di conseguimenti materiali e sociali. Chi ritiene che aver successo nella vita significhi aver trovato la calma interiore, la pace, relazioni amorevoli e gioiose e buona salute? Pochi, troppo pochi, ancora.

E’ meraviglioso investire le proprie energie in queste nuove direzioni, coltivare la propria innata capacità di essere calmi e centrati, piuttosto che inseguire il “sogno americano” dell’avere tutto ciò che si desidera. Mettendo la qualità della nostra vita in cima alla nostra lista di priorità, vedremo come ogni altra cosa diventi progressivamente sempre meno importante. Quando si diventa consapevoli di ciò, si scopre che la qualità della vita diventa l’unica priorità. Per ottenere questo risultato bisogna assicurarsi di accrescere ogni giorno di  più la condizione di calma interiore. Quando ci troviamo in questo stato di centrata quiete, focalizzati in ciò che stiamo facendo, ovvero immersi nel qui ed ora, nella presenza, investendo saggiamente in questa attitudine, possiamo essere certi che tutto il resto verrà da sé.

 

Testo a cura di La Luce di Gaia

riproduzione e diffusione consentite con citazione della fonte

Senso di colpa: stato d’animo indebitamente subdolo e pericoloso.

Quanto spesso nella vita ci siamo imbattuti nel senso di colpa, nostro o altrui? Negli ultimi anni trascorsi a condurre gruppi di crescita interiore e risveglio spirituale, mi sono ripetutamente trovata a cercare di far comprendere l’inutilità di questo paravento di autocondanna che l’uomo usa per nutrire le dinamiche distruttive di cui è totalmente all’oscuro.

Certo non è semplice dissertare sul potere devastante del senso di colpa, è però utile sapere, anche se non di semplice comprensione se non lo si è scoperto a proprie spese, che l’unica funzione del senso di colpa è quella di mantenere uno “status quo” interiore, per cui l’individuo che ne è afflitto, con la scusa di agire per il bene altrui a scapito del proprio, continua a perpetuare uno schema che ha l’unica funzione di mantenerlo prigioniero di sé stesso e dei propri meccanismi distorti, quindi indebitamente infelice e frustrato.

Questo carceriere è spesso il più grosso ostacolo che si frappone tra noi e la conoscenza di noi stessi. Sostiene e nutre una maschera di benevolenza a cui desideriamo aderire con tutte le nostre forze, che ci fa ritenere persone dedite al benessere altrui, prima che al proprio. Ma è davvero così?

Il problema è che spesso l’altrui (ma anche il nostro) bene non coincide con ciò che noi pensiamo sia necessario. Così poi, quando questa non coincidenza viene a galla insorge il senso di colpa, negriero spietato con la funzione di tenerci lontani da noi stessi e dalla nostra vera Essenza.

Sapienti e illuminati del passato e contemporanei, asseriscono che il motivo per cui veniamo al mondo è quello di realizzare la gioia e la soddisfazione come esseri umani. Questo proposito è di solito perseguito inconsciamente, secondo il proprio livello evolutivo; per cui l’individuo cerca di ottenere gioia e benessere come può e, in mancanza di consapevolezza di Sé, ciò avviene seguendo modelli precostituiti.

Così, dato che il contesto in cui nasciamo e viviamo  ci plasma facendoci credere che per essere felici bisogna agire in un dato modo (sposarsi, avere figli, il posto fisso, essere socialmente approvabili, avere successo sociale, essere brillanti, e quant’altro), prendiamo a prestito quel modello di felicità (che, beninteso, può anche andar bene per qualcuno, ma non siamo tutti uguali!!) e lo indossiamo, credendo che sia ciò che realmente desideriamo, a volte senza mai chiederci se è ciò di cui abbiamo davvero bisogno per sentirci colmi e appagati.

Ognuno di noi viene sulla terra con un bagaglio di qualità, talenti, limiti e potenzialità che gli derivano da precedenti esperienze fatte sotto altre spoglie, in altri tempi e luoghi, su questo o altri pianeti.

L’immagine che lo specchio ci mostra, ciò con cui comunemente ci identifichiamo durante l’incarnazione fisica è solo un fantoccio, un abito preso a prestito, che abbandoneremo esaurita l’esperienza sulla Terra. Ciò che invece continua ad esistere e determina di volta in volta il tipo di vita che andremo a sperimentare nella materia, sulla base delle precedenti esperienze, è il principio Divino o Spirituale, che convenzionalmente chiamiamo Anima o Sè Superiore.

La capacità di aderire o meno allo schema precostituito di cui sopra dipende da quante volte siamo tornati sulla terra, cioè dall’ ”anzianità” dell’anima che viene in incarnazione.

Sicché un’anima antica fatica molto ad adeguarsi agli schemi e soffrirà molto di più delle anime più giovani, perché non può più identificarsi con esperienze già ampiamente conosciute e sperimentate e che perciò sente come inadeguate; percepisce ciò come costrizione ed attuerà scelte, comportamenti, interpretazioni della realtà e linguaggi incomprensibili alla massa che costituisce la società ordinaria e che ci vuole tutti “uguali” per forza.

La tendenza di un tale individuo sarà quella di rompere gli schemi e forzare la struttura che lo limita – che è la sua personalità – e che è costituita da ogni credenza, convinzione, retaggio sociale, familiare, religioso, educativo ecc., facendone uno schiavo.

Ogni essere umano cresce all’interno di questa struttura e ne è prigioniero. Alcuni si accorgono di esserlo. Pochi sono quelli che, essendosi accorti di essere schiavi di sé stessi, riescono a trovare il coraggio per uscire dalla gabbia.

Il motivo di questa mancanza di coraggio deriva da un dilemma fondamentale: l’uomo non sa di essere molto di più di ciò a cui è abituato a credere. Citando testualmente dalla canzone Il Vuoto di F. Battiato: “Sei quello che tu vuoi, ma non sai quello che tu sei”.

É esattamente così.

Dunque noi siamo liberi in essenza (l’Anima è libera e senza limiti), ma crediamo di dover essere come gli altri per essere riconosciuti dal gruppo di appartenenza e così siamo indotti ad agire come costoro si aspettano da noi.

Non ci dedichiamo all’osservazione di noi stessi, perché non ci viene insegnato, e costruiamo giorno dopo giorno quella gabbia entro cui poi dovremo vivere fingendo che sia un bel posto e un bel vivere.

Quando la vita ci conduce ad un momento di riflessione, di scelta, di introspezione, all’inizio non sappiamo dove e cosa osservare e per tutti, o quasi, la scelta obbligata passa per periodi di depressione, senso di vuoto e smarrimento assoluti. Ma la vita è perfetta e generosa, e ci manda continuamente dei segni: imparare a riconoscerli e decodificarli è un esercizio che bisogna praticare se si desidera trovare le risposte, che peraltro sono sempre dentro di noi; saperli riconoscere e interpretarli è indice di avvenuta crescita ed espansione di coscienza.

Nulla è a caso. Nessun incontro è a caso. Nessuna parola, gesto, sorriso, apertura, chiusura, accoglienza, rifiuto, sogno, pensiero, simpatia, antipatia, moto spontaneo del cuore…

Ogni cosa è un segno e può essere interpretato da chi desidera comprendere il perché sta vivendo un momento difficile e vuole cominciare ad uscire dall’annebbiamento che caratterizza la sua vita.

Iniziare a porsi le giuste domande è la strada per liberarsi dalle catene che ci imprigionano e ci impediscono di volare oltre il velo dell’illusione.

 

Testo a cura di La Luce di Gaia

®Riproduzione consentita con citazione della fonte.

L’illusione della storia personale

L’ILLUSIONE DELLA STORIA PERSONALE
Tutti hanno la loro storia personale. I nostri genitori hanno iniziato a tesserla; all’inizio ci hanno detto chi eravamo, ci hanno trasmesso le regole per vivere in una comunità, insieme alle altre persone, in uno specifico contesto sociale.
Così è nato il piccolo ego ed abbiamo iniziato ad ascoltare la sua voce che ci raccontava la nostra storia personale. La voce interiore ci ha raccontato una storia su chi noi fossimo ed in che direzione stesse andando la nostra vita.
Abbiamo trovato la storia talmente convincente che non ci è mai capitato di metterla in discussione. Ma questa storia è proprio vera o è solo l’ego che farfuglia, allontanandoci dalla verità e intrappolandoci nella disperata ragnatela dei pensieri?

Anatomia della storia personale
Ogni momento di risveglio della nostra vita corrisponde ad una storia personale che ha il nostro Sè come punto centrale della questione. La nostra vita può essere interpretata solo entro la cornice di quella storia. Ciò accade perché ci identifichiamo così fortemente con la voce dell’ego, il narratore della storia, che la storia personale diventa il fondamento della nostra vita intera.
Uno sguardo più ravvicinato a quella storia personale, tuttavia, rivela che la nostra storia interiore consiste di un tessuto di esperienze e pensieri. Pensieri che spiegano le nostre esperienze, pensieri a cui crediamo e in cui ci identifichiamo, pensieri che in tal modo forniscono i fondamenti della nostra auto-determinazione.
La nostra storia personale ci mantiene sotto il suo incantesimo, in uno stato ipnotico, in cui tutte le nostre attenzioni sono dedicate alla voce interiore ed alla storia che lei ci racconta. In questo modo noi abbandoniamo la nostra vigilanza, il mondo ci passa accanto, perché ci concentriamo solo sugli elementi di realtà che sembrano confermare la nostra storia personale. Cosicché perdiamo l’appiglio sulle dimensioni più profonde della vita. Queste sono presenti sempre, ma perdiamo il contatto con esse a causa dell’assenza di vigilanza.

Al di là della storia personale.
La questione emerge quando ci chiediamo se siamo veramente identici alla nostra storia personale, o forse siamo più di quello? Tutti hanno un vago sospetto che la nostra storia personale non rifletta la realtà, di fatto noi siamo qualcosa di più profondo.
Quando sembra che tutto vada bene, raggiungiamo gli obiettivi, siamo contenti, il vago sospetto svanisce del tutto e la nostra identificazione con la storia personale si rafforza. Ci sono, tuttavia, momenti nella vita in cui niente ci sembra andare per il verso giusto, così siamo infelici e soffriamo. Il sospetto allora si ripresenta e tendiamo a credere di essere qualcosa di più che il grumo di pensieri che forma la nostra storia personale. Realizziamo di essere più che semplici pensieri.
Fino a che insistiamo sulla nostra storia personale e non su quella parte che ce la racconta, la dimensione più profonda della nostra esistenza ci rimane inaccessibile. Non perché tali dimensioni non siano presenti nella nostra vita (e non producano effetti… anzi!!! ndt), ma perché muoversi nella rete della nostra storia personale storia assorbe tutta la nostra attenzione.

Risvegliarsi dalla storia personale.
Se diventiamo coscienti e consapevoli della storia personale che ci stiamo raccontando, abbiamo una possibilità di risvegliarci dall’incanto ipnotico che la storia personale esercita su di noi.
Per diventare coscienti e consapevoli dobbiamo chiederci: ”chi sta parlando nella mia testa? Chi è la voce interiore che mi racconta questa storia personale?” L’unica possibile risposta onesta a questa domanda è ”non ne ho idea!”. Una risposta diversa è radicata alla storia personale e, come tale, va respinta.
La risposta onesta può certamente essere un trauma, completamente destabilizzante rispetto alla vita che abbiamo fatto fino a quel momento. Più ci identifichiamo con la storia personale, più grande sarà la nostra confusione. Non crediamo più a ciò che avevamo sempre considerato fermamente essere la nostra storia. Questa esperienza può, tuttavia, portarci al punto di dubitare della verità che abbiamo creduto in relazione a noi stessi.
Questo è il primo segnale del risveglio dall’ipnosi. Adesso la nostra attenzione non è più pienamente affidata alla nostra storia personale né alla parte che ci racconta la storia. Possiamo così diventare sensibili alle dimensioni più profonde della nostra vita.

Noi siamo la totalità dell’esistenza.
La porta d’accesso alle dimensioni più profonde della vita è la Vigilanza, che è il risultato del rilascio dell’attenzione dallo stato ipnotico di ascolto della nostra storia personale. Il nuovo stato di vigilanza ci consente di conoscere noi stessi senza identificarci con i nostri pensieri ed emozioni.
Ciò che sperimentiamo in questo nuovo stato, oltre ai nostri pensieri ed emozioni, è la completezza dell’esistenza. In questo stato tutte le frammentazioni spariscono dalla nostra vita, riconosciamo la vastità del nostro spazio interiore nella nostra esistenza, la nostra felicità e pace entrostante. Ci sentiamo a casa nel nostro corpo e realizziamo che la nostra coscienza vigile è libera da ogni pensiero ed emozione.
Quindi possiamo decidere se continuare a dare ascolto alla nostra storia personale o procedere verso il quieto fondamento della nostra esistenza.

Traduzione a cura di LaLucediGaia

brano estratto dal libro: Frank M. Wanderer: The Revolution of Consciousness: Deconditioning the Programmed Mind

Il significato spirituale della crisi

Una crisi è il tentativo della natura di effettuare un cambiamento attraverso le legittime leggi dell’universo: se l’Io si oppone a tale cambiamento subentra una crisi, che lo rende strutturalmente possibile. Le crisi sono necessarie perché la negatività umana forma una massa stagnante che ha bisogno di essere rimessa in movimento per essere dissolta. La trasformazione è una caratteristica integrante della vita… quanto più la coscienza impedisce il cambiamento, quanto più la crisi è dolorosa.
Le crisi scuotono gli strati cristallizzati che sono sempre negativi.

Il processo di liberazione non presenterebbe eccessive difficoltà, se ogni aspetto negativo non possedesse la tendenza ad autoperpetuarsi. La depressione rappresenta la prima crisi a cui non si è prestato attenzione, di cui non si è colto il vero significato. Quando la prima crisi viene evasa si instaura un circolo vizioso che ha una struttura auto perpetuante.

Al contrario della verità, dell’amore e della bellezza, che sono attributi divini infiniti, la distorsione e la negatività non sono mai infinite. Il processo positivo è senza fine.

Dato che le crisi contengono sempre un messaggio da scoprire, ci si può domandare: cos’è che non volete vedere e non volete cambiare? Quando avete delle resistenze a cambiare, la paura dentro di voi non può che crescere. Fin quando non rinunciate alle piccole scappatoie che vi impediscono di entrare nella vita in modo pieno e completo, è impossibile che possiate vivere la meravigliosa esperienza della realtà dello Spirito Universale dentro di voi.

Ma se si affronta questo, si scopre che non c’è nulla da temere. Il coraggio, inizialmente necessario, serve solo a farvi scoprire che questo è il modo più sicuro di vivere… Allora, e solo allora, le ‘notti oscure’ si trasformano in strumenti di luce.

Il significato spirituale delle crisi (Lezione 183 della Guida. Il Sentiero di E. Pierrakos)

Entrare nella tana del bianconiglio

Sentimenti quali disprezzo, acredine, frustrazione, delusione, imbarazzo, irritazione, risentimento, rabbia, gelosia e paura, considerati malevoli, in realtà sono chiari momenti che ci mostrano le aree della nostra vita in cui esistono dei blocchi, dei ristagni emotivi. Ci insegnano a sollevarci e sostenerci proprio quando siamo lì per crollare e battere in ritirata. Sono come dei messaggeri che ci mostrano, con terribile chiarezza, esattamente dove continuiamo a restare impantanati. Ognuno di questi momenti è il perfetto insegnante e, per nostra fortuna, è sempre con noi, ovunque noi siamo – Pema Chodron

In che modo questi momenti sono un perfetto insegnante? Perché ogni emozione negativa di fatto contiene una chiave d’accesso a parti di noi stessi che ignoriamo e che inconsciamente non desideriamo incontrare, poiché responsabili della sofferenza da cui fuggiamo e che, quindi, cerchiamo di evitare con ogni mezzo.

Se, invece, ogni volta che siamo pervasi da sentimenti distruttivi ci prendessimo la briga di portarvi l’attenzione, cercando di comprendere il perché delle nostre reazioni, senza attribuire le colpe all’esterno, ma partendo dal presupposto che tutto è originato da qualcosa già insito dentro la nostra coscienza, che distorce la percezione della realtà, e ci fa proiettare le emozioni negative sugli altri, gradualmente impareremo a conoscerci sempre più, comprenderemo il valore e l’importanza del malessere che alberga dentro di noi, e capiremo come esso ci possa guidare sul sentiero che conduce dall’oscurità alla Luce!

Realizzare giorno per giorno la consapevolezza di ciò che siamo e imparare a conoscersi un po’ alla volta è il vero compito dell’essere umano che sperimenta la vita nella materia. Ogni pratica in tal senso diventa una porta d’accesso; ogni tradizione, ogni percorso può essere valido, ma nessuno di essi potrà fare a meno della meditazione, in quanto mezzo attraverso il quale si deve conseguire l’acquietamento del movimento mentale, necessario a quella calma interiore che consente di osservarci dall’interno e senza quei rumori assordanti che la mente produce, proprio con l’intento di mantenerci alienati a noi stessi e separati dalla nostra vera essenza.

Testo a cura di LaLuceDiGaia

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