La funzione dei sogni come segno di sviluppo della coscienza

L’essere umano è stato brillantemente progettato come specie dalle grandi capacità di adattamento ed è indubbio che il suo percorso sia il frutto di un processo evolutivo. La nostra evoluzione non si limita allo sviluppo della specie in termini antropogenetici, ma anche e soprattutto in termini di sviluppo ed espansione della coscienza. In realtà il fatto che noi sogniamo è una delle evidenze maggiori a supporto di ciò. Infatti il sogno non è un fatto essenziale rispetto alle questioni legate alla sopravvivenza del corpo, ma diventa fondamentale rispetto al nostro sviluppo ed evoluzione di esseri pensanti, dotati di sentimenti e facoltà metafisiche consapevoli.
Sognare è il processo in cui la mente inconscia comunica con la mente conscia nel tentativo di creare integrazione nel nostro essere. I sogni sono i ponti che ci permettono di viaggiare tra gli spazi di coscienza di ciò che crediamo di conoscere e ciò che profondamente, inconsciamente e metafisicamente, conosciamo, ma a cui non abbiamo accesso dal piano ordinario di coscienza.

I sogni inoltre ci permettono di trasportare informazioni o eventi dolorosi o confusi in un ambiente che è emotivamente reale, ma fisicamente irreale; trasferiamo questi sentimenti e pensieri confusi, dolorosi o difficili in una sorta di Piastra di Petri psichica in cui sperimentiamo ed osserviamo noi stessi e le nostre reazioni in un ambiente sicuro e contenuto. L’analisi dei sogni e la loro interpretazione è una parte chiave nel processo di integrazione della coscienza. Sebbene le interpretazione tratte da libri o esperti possano essere utili, tuttavia non potranno mai essere profondamente significative e di reale utilità senza il personale apporto di consapevolezza ed esperienza. Nessuno potrà sostituirsi a noi stessi nella comprensione profonda del messaggio che i sogni ci portano. Il nostro desiderio di trovare pace con qualcosa o qualcuno o comprendere ciò che sta avvenendo nel mondo onirico è realmente un movimento verso una consapevolezza più profonda di noi stessi. Esso è un serbatoio enorme di informazioni che riguardano la nostra evoluzione in quanto coscienza intelligente.

Inoltre i sogni spesso riguardano la vastissima varietà delle esperienze umane, dai più profondi desideri alle più antiche e nascoste ferite. Per cui, l’analisi di questi spazi emozionali interiori ci aiuta a portare quiete ed a bilanciare la tensione che ci vede dibattere sempre fra estremi opposti e ci conduce alla centratura, portando sempre maggior pace ed equilibrio.

Imparare a conoscere il linguaggio del nostro inconscio è fondamentale per comprendere il messaggio celato dall’esperienza onirica. Se sogniamo di essere inseguiti da un lupo, o braccati da un predatore, è essenziale saper attribuire il significato che quella simbologia assume nello specifico, se desideriamo imparare qualcosa di noi stessi ed espandere la nostra coscienza e progredire consapevolmente nel cammino della vita.

 

Testo a cura di La Luce di Gaia – riproduzione consentita con citazione della fonte

Perchè Non Riusciamo a Vedere la Realtà

“La più grande debolezza della violenza è l’essere una spirale discendente che dà vita proprio alle cose che cerca di distruggere. Invece di diminuire il male. lo moltiplica.” – Martin Luther King

Perché molte persone, tra cui blogger intelligenti e in apparenza dotati di buon senso, rifiutano con ‘furore’ di prendere in considerazione le teorie complottistiche? Perché anche di fronte all’evidenza dei fatti esercitano tanta opposizione senza essersi informati seriamente?

La risposta forse può evincersi in un saggio di Roberto Quaglia che ha riscosso un notevole successo nel web, intitolato Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sull’11 Settembre, ma che non avete mai osato chiedervi.
Ciò che l’autore afferma relativamente all’11 Settembre può essere considerato valido anche a proposito di altri argomenti come ichip RFID, il Nuovo Ordine Mondiale, ecc.
Un estratto dal saggio di R. Quaglia:
“Come sostiene anche Gore Vidal nel saggio The Enemy Within, pubblicato in Italia nel libro Le Menzogne dell’Impero, più una bugia è grossa, più facilmente essa verrà creduta … soprattutto se la opzione di non crederci è sufficientemente dolorosa. In ciò non vi è nulla di magico. La nostra psiche è strutturata in modo tale da credere a ciò che ad essa convenga credere. Le verità dolorose vengono di norma negate dalla mente. Rispetto ad accogliere una verità troppo dolorosa, non è infrequente che una mente preferisca addirittura rifugiarsi nella follia – è così che chiamiamo la negazione della realtà rispetto ad ogni evidenza.
Il popolo statunitense è rimasto profondamente traumatizzato dagli eventi dell’11 Settembre 2001. Il solo fatto di considerare l’idea che ad organizzare un avvenimento così atroce possa essere stato lo stesso Presidente degli USA, d’accordo con il direttore della CIA ed il capo del Pentagono, è impensabilmente doloroso per l’americano medio.”
E questo, chi ha messo su la faccenda, lo sa benissimo. Non importa quanto la verità circoli; sino a quando non verrà mostrata in televisione, la maggioranza non la prenderà neanche in considerazione.
E’ come se il fruttivendolo vi dicesse che vostra madre ha tramato di ammazzarvi e pretendesse di fornirvene le prove; non lo prendereste neanche in considerazione, soprattutto perché la eventualità che possa avere ragione sarebbe troppo dolorosa per voi. Se invece lo annunciasse la televisione …
Questo discorso non vale solo per il popolo americano, ma per tutti noi. La nostra mente si protegge di fronte a interpretazioni della realtà che non sa affrontare, conservando una visione familiare e rassicurante delle cose.
La mente giunge alle conclusioni alle quali ha convenienza a giungere. In gergo psicologico si chiama bias di conferma, ed è un fenomeno al quale tutti noi siamo per natura soggetti.

La nostra mente recepisce i dati in modo selettivo, sopravvalutando le informazioni che confermano le nostre credenze, e ignorando – o sottovalutando – quelle che contraddicono le nostre convinzioni.

Siamo tutti soggetti al fenomeno, sebbene alcuni di noi (anzi, parecchi) lo sono in misura maggiore e possono giungere – occasionalmente o sistematicamente – a negare addirittura l’evidenza.

Per questo i cospiratori dell’11 Settembre hanno assai poco da temere dalla emersione della (presunta) verità. Il grosso della popolazione ha in testa una storia ben precisa, condivisa da tutti, cioè il film America Under Attack.
La maggioranza della gente non abbandonerà mai questa comoda convinzione, a meno che non riceva l’input da un soggetto al quale riconosce una indiscutibile autorevolezza (la televisione, un genitore, un individuo in cui abbia fede).
Quando ciò avvenisse, assisteremmo ad un altro tipo di bias, a modo suo ancora più affascinante: lo hindsight bias, ossia la tendenza delle persone a credere – erroneamente – di avere sempre conosciuto la verità circa un evento, una volta che la verità è ormai nota.
Il giorno in cui la CNN e i vari telegiornali benedicessero con la loro ‘autorevolezza’ una versione alternativa della storia dell’11 Settembre, tutti gli individui sino a quel momento ancorati alla precedente versione dei fatti compirebbero istantaneamente il magico salto di paradigma, iniziando immediatamente a ristrutturare i propri ricordi per adattarli alla nuova realtà. Inizierebbero a ‘ricordare’ di avere avuto dei sospetti fin da subito, e ben presto inizierebbero a borbottare espressioni come: ‘Ve lo avevo detto io!’
L’hindsight bias modifica i nostri ricordi per adattarli alle contingenze cognitive del presente. E’ un fenomeno comune che a piccole dosi accade a tutti noi ogni giorno; a grandi dosi lo si osserva in politica ogni volta che una opinione (o una ideologia) muti in un’altra: tutti (o quasi) coloro che credevano a quella opinione (o quella ideologia), magicamente non solo mutano la propria opinione, ma anche il ricordo relativo alla opinione  (o ideologia) mutata.
Fonte:

I 9 segni che indicano se sei un’anima antica

Quanti anni avresti se non sapessi quanti anni hai?
~ Satchel Paige

Esistono delle persone speciali che si sentono sole e isolate quasi sin dalla nascita.

La loro esistenza solitaria non è una scelta o dettata da un temperamento antisociale – esse sono semplicemente antiche.   Antiche nel cuore, nella mente e nell’anima. Sono persone che hanno una visione della vita molto diversa e più matura degli altri. Di conseguenza l’anima antica vive la sua vita interiormente, calcando il suo sentiero in solitaria mentre il resto attorno a lei  si allinea ed aggrega al modello di massa. Forse avete sperimentato su voi stessi o riconoscete queste caratteristiche in qualcuno a voi vicino? In tal caso questo articolo è per voi, nella speranza che possa aiutarvi a definire voi stessi o a comprendere meglio gli altri.

L’ “Anima Antica”

Robert Frost, Eckhart Tolle ed anche Nick Jonas sono tra queste. Forse anche voi lo siete?

Se non lo sapete ancora,  questi sono i segni che vi riveleranno se siete anime antiche.

Chi ha un’anima antica:

1. Tende ad essere solitario
Le anime antiche sono disinteressate agli obiettivi ed attività dei loro coetanei, quindi trovano difficile stringere amicizie tra le persone con cui si relazionano. Questo è uno dei maggiori problemi che le vecchie anime sperimentano. Il risultato è che esse tendono a ritrovarsi da sole per la maggior parte del tempo. Le persone non fanno per loro.
2. Ama la conoscenza, la saggezza, la verità.
Può sembrare un po’ troppo grandioso e nobile, ma l’anima antica tende naturalmente verso il lato intellettuale della vita. Le anime antiche capiscono che la conoscenza è potere, la saggezza è felicità e la verità è libertà, quindi perché non ricercare queste cose? Tutto questo è di certo molto più significativo per loro che leggere gossip sull’ ultimo fidanzato della velina di turno o gli ultimi risultati di calcio.
3. E’ incline alla spiritualità
 
Molto più emotive, le anime antiche tendono ad avere una natura sensibile e spirituale. Superano i confini dell’ego, cercando l’ illuminazione e promuovendo la pace e l’amore. Questi sono gli obiettivi principali di queste “Madre Teresa” in erba. Per esse questo è il modo più saggio ed appagante di far uso del tempo.
 
4. Comprende la caducità della vita
 
Le anime antiche sono spesso afflitte dal pensiero della morte, non solo della propria mortalità, ma anche di tutto e tutti intorno a loro. Ciò le rende diffidenti e a volte chiuse in sé stesse, ma guida saggiamente la loro vita.
5. E’ riflessivo e introspettivo
Le anime antiche tendono a pensare molto…su tutto. La loro abilità nel riflettere ed imparare dalle proprie azioni e quelle altrui è la loro più grande maestra di vita. Una ragione per cui le anime antiche si sentono così vecchie nel cuore è perché hanno imparato tante lezioni attraverso i propri processi mentali e posseggono tanta comprensione delle situazioni di vita, grazie alle loro capacità di osservare con calma e attenzione cosa accade attorno a loro.
6. Vede il “disegno” più ampio

Raramente le anime antiche si perdono in dettagli superficiali per ottenere lauree inutili, promozioni di lavoro, seni rifatti e grandi televisori. Hanno la tendenza a guardare la vita da una prospettiva più elevata, osservando quale sia il modo più saggio e significativo per affrontare la vita. Quando sono di fronte ai problemi, tendono a considerarli tribolazioni temporanee e passeggere che servono solo ad aumentare la quantità di gioia che sentiranno in futuro. Di conseguenza, tendono ad essere placide e stabili grazie al loro approccio alla vita.
7. Non è materialista

Ricchezza, status, fama e l’ ultima versione di iphone… semplicemente le  anime antiche non si sentono attratte da ciò che può essere facilmente ottenuto come nel caso delle cose materiali.  Inoltre hanno poco tempo per interessarsi alle cose effimere della vita, in quanto per loro esse hanno scarso significato.
 
8. Durante l’infanzia e l’adolescenza è “strano” o socialmente disadattato
Non capita sempre, ma molte anime antiche mostrano strani segni di maturità sin da piccoli. Spesso, questi bambini vengono etichettati come “precoci”, “introversi” o “ribelli”, non riuscendo a rientrare nei comportamenti tradizionali. Solitamente questi bambini sono estremamente curiosi ed intelligenti e vedono l’ inutilità in molte cose che i loro insegnanti, genitori e coetanei dicono e fanno e, passivamente o aggressivamente, resistono. Se vi rivolgete a vostro figlio come fosse un adulto probabilmente vi state rapportando ad un’anima antica.
9. Semplicemente si “sente” vecchio
Prima di poter definire tutto ciò che provavo, ho vissuto l’esperienza di sentirmi vecchio dentro.  I sentimenti che accompagnano un’anima antica solitamente sono: sentimento di diffidenza verso il mondo, stanchezza mentale, pazienza vigile e calma distaccata. Purtroppo questo spesso può essere percepito come distante e freddo ma è solo uno dei vecchi miti dell’anima antica.
Come alcune persone anziane si descrivono “giovani dentro” anche i giovani possono farlo definendosi “vecchi di cuore”.
E tu, che anima sei?

 

Fonte: http://in5d.com/9-signs-youre-an-old-soul/

Traduzione a cura di LaLuceDiGaia

Come uscire dalla Matrix in 6 passi?

La realtà virtuale presentata nel film Matrix è generata da un computer e la gente vive in questa realtà creata artificialmente. 
Se osservate con costanza ed attenzione la vostra realtà quotidiana, farete una scoperta sconcertante, perché inizierete a trovare molte, troppe, similitudini con quanto mostrato nel film. 

La nostra realtà virtuale non sarà generata da un computer, ma dalla nostra mente e dal flusso costante di emozioni e pensieri. Viviamo prigionieri di questa matrix fatta di emozioni e pensieri. 

Vediamo quali sono le caratteristiche della matrix e cosa dobbiamo fare per venirne fuori. 

  1. Primo passo. Il mondo del cambiamento perpetuo

Noi inseguiamo i nostri desideri e sogni irrealizzati. Siamo attratti da denaro, potere, prestigio, salute, felicità. 

Spronati dalle nostre ambizioni, perseguiamo vari obiettivi per tutta la durata delle nostre vite. Aspiriamo a qualcosa per tutto il tempo, vogliamo continuamente raggiungere questo qualcosa. Tale inquieta corsa è sospinta continuamente dalla paura di non essere ancora ciò che vogliamo essere. Non siamo mai soddisfatti, vogliamo sempre qualcos’altro: essere migliori, più belli, più ricchi di ciò che siamo al momento presente. 

In questo modo perseguiamo obiettivi fino alla morte, momento in cui realizziamo quanto fosse insensato tutto ciò. Ma perché sono insensati questi obiettivi? ci verrebbe subito da protestare. Protestiamo a causa della varia natura di forme e aspetti, poiché nel mondo delle forme ognuna di esse è soggetta a costante cambiamento, nascita e morte. Qualsiasi cosa attiriamo a noi, siamo destinati a perderla; ognuno lascia questo mondo a mani vuote e tutti coloro che perseguono obiettivi, vivono nell’incantesimo di passato e futuro.  

2. Secondo passo. La ricerca spirituale

Tuttavia, noi aspiriamo alla sicurezza della permanenza nella nostra vita. Vorremmo trovare ciò che sta al di là del mondo dei continui mutamenti. Così diventiamo ricercatori spirituali. 

All’inizio cerchiamo l’illuminazione, l’Auto-riconoscimento nel mondo di forma e aspetto (cioè esterno a noi), nella speranza di raggiungere in tal modo lo stato di felicità permanente. Senza saperlo (e spesso predicando la non adesione a dogmi o dottrine) in realtà vogliamo trovare un dogma, un Maestro illuminato, un’esperienza spirituale elevante, che faccia espandere la nostra coscienza. Se questo non lo troviamo sulla terra, allora lo cercheremo in un altro mondo, nel paradiso di qualche religione. 

Usiamo la mente come mezzo di ricerca spirituale. Attraverso la mente l’Ego pretende di capire cosa risieda al di là della mente. La mente, in tal modo, costruisce l’immagine mentale dell’illuminazione, della ricerca spirituale, della felicità e così via.

Le immagini mentali nascono attraverso il processo di comprensione tipico della mente. Affinché possiamo capire ci sono necessarie informazioni che accumuliamo continuamente come una formica operaia. Libri su religione e spiritualità, letture varie, partecipazione e ascolto di conferenze; tentiamo con ogni mezzo di filmare nella mente dati, idee, opinioni ed esperienze che riteniamo ci siano necessarie. Presumiamo che raccogliendo un sufficiente quantitativo di esperienze sul piano intellettuale, ad un certo punto raggiungeremo il risultato di accrescere il nostro grado di spiritualità. 

Queste immagini mentali ci motivano a fare sempre maggiori sforzi per rafforzare ulteriormente le stesse immagini mentali sul piano della vita quotidiana. Il conseguimento di obiettivi spirituali, in ogni caso, ci concede solo una soddisfazione momentanea, e così dopo aver raggiunto uno specifico obiettivo, l’inquietudine ritorna, spingendoci con urgenza a lavorare verso nuovi obiettivi. La mente produce nuove immagini mentali e la ricerca riprende di nuovo. 

3. Terzo Passo. L’arresto

Così continuiamo a cercare, finché alla fine ci stanchiamo di questo processo e ne riconosciamo la sua vera natura. Ci fermiamo e abbandoniamo la ricerca spirituale. Riconosciamo che tutti gli obiettivi che avevamo inseguito tanto a lungo al di fuori di noi, possiamo realizzarli solamente dentro noi stessi. 

Ci fermeremo quando riconosceremo le attività della mente e rifiuteremo di seguirle ancora. Rendiamoci conto che non possiamo andare oltre la mente con l’aiuto della mente. Sperimenteremo che arrestarsi è quel momento di inattività della mente in cui troviamo il silenzio tra i pensieri. Ciò ci farà sperimentare la Coscienza senza forma e riconosceremo che siamo di fatto Presenza senza pensiero. In tal modo potremo lasciarci alle spalle il ricercatore spirituale, con la sua conoscenza accumulata e la sua arrogante esperienza spirituale. 

  1. Quarto Passo. Il viaggio interiore

Questo è l’inizio di un viaggio interiore che ci conduce fuori dalla matrix, oltre la mente. Una volta che abbiamo iniziato il nostro viaggio, ci lasciamo il mondo alle spalle e abbandoniamo tutto ciò che ha intralciato il nostro progresso. Lasciamo andare le cose non importanti per concentrare la nostra attenzione solo su ciò che ha realmente importanza. Ciò è possibile grazie a una maggiore pulizia mentale.  

Quando iniziamo a fare questa pulizia con onestà, presto incontriamo la vasta moltitudine dei nostri pensieri, opinioni, idee …e le emozioni agganciate ad ognuno di questi. Dopo un certo periodo, realizziamo la necessità di abbandonare tutto ciò che è privo di importanza e banale, in quanto riconosciuto falso alla luce del nostro viaggio interiore. Così ad un certo punto ci ritroviamo soli e realizziamo che non abbiamo ancora finito. Dobbiamo ancora toglierci di dosso l’ombra di ciò che avevamo creduto di essere. 

5. Quinto Passo. Il risveglio: andare a casa

Il risveglio è la conquista di una nuova consapevolezza della Coscienza alla sua vera esistenza, attraverso la forma e l’aspetto con cui ci eravamo inizialmente identificati. Dopo la grande pulizia non resta che spazio vuoto. 

Ma se si esamina quello spazio più da vicino, troviamo che è uno spazio pieno di Coscienza, che è pace interiore, quiete e tranquillità. Così realizziamo di essere a casa. Qualunque cosa accada in quello spazio interiore, dobbiamo farne esperienza. Dobbiamo sperimentare tutto ciò che la vita ha da offrirci, lì ed in quel preciso momento. Il momento seguente non si porterà addosso il fardello dell’esperienza precedente. 

La domanda che sorge quindi è: ci siamo liberati dalla matrix? Vivere l’esperienza del vuoto è perfezione, ma dobbiamo ancora fare l’ultimo passo per essere completamente liberi. 

6. Sesto Passo. Ritornare

Questo passo ci porterà al punto da cui il nostro intero viaggio era iniziato. Torniamo alla Matrix, al mondo della vita quotidiana. Tuttavia, torniamo in uno stato differente da quello iniziale, poiché abbiamo subito cambiamenti considerevoli durante il nostro viaggio. La mente, l’ego con essa, e l’egoismo sono spariti da noi. Il vuoto, ricco di vita pulsante, e la Coscienza risvegliata alla sua stessa esistenza, continuano ad essere con noi.  

Da qui in avanti il mondo sarà totalmente differente per noi. Non ci sentiremo più in urgenza di scappare via da esso, non ci immergeremo più nella palude dell’identificazione. Saremo liberi da tutto ciò, e il mondo diverrà una nuova avventura. Ci abbandoneremo alla corrente della Vita e ci fonderemo con l’Universo. Nel contempo, aiuteremo gli altri a risvegliarsi e condivideremo la gioia dell’esistenza, la simpatia verso tutti coloro che incontreremo durante il nostro viaggio spirituale. 

Traduzione a cura di LaLucediGaia

Fonte: Frank M. Wanderer: The Revolution of Consciousness: Deconditioning the Programmed Mind

sito: http://www.frankmwanderer.com

Senso di colpa: stato d’animo indebitamente subdolo e pericoloso.

Quanto spesso nella vita ci siamo imbattuti nel senso di colpa, nostro o altrui? Negli ultimi anni trascorsi a condurre gruppi di crescita interiore e risveglio spirituale, mi sono ripetutamente trovata a cercare di far comprendere l’inutilità di questo paravento di autocondanna che l’uomo usa per nutrire le dinamiche distruttive di cui è totalmente all’oscuro.

Certo non è semplice dissertare sul potere devastante del senso di colpa, è però utile sapere, anche se non di semplice comprensione se non lo si è scoperto a proprie spese, che l’unica funzione del senso di colpa è quella di mantenere uno “status quo” interiore, per cui l’individuo che ne è afflitto, con la scusa di agire per il bene altrui a scapito del proprio, continua a perpetuare uno schema che ha l’unica funzione di mantenerlo prigioniero di sé stesso e dei propri meccanismi distorti, quindi indebitamente infelice e frustrato.

Questo carceriere è spesso il più grosso ostacolo che si frappone tra noi e la conoscenza di noi stessi. Sostiene e nutre una maschera di benevolenza a cui desideriamo aderire con tutte le nostre forze, che ci fa ritenere persone dedite al benessere altrui, prima che al proprio. Ma è davvero così?

Il problema è che spesso l’altrui (ma anche il nostro) bene non coincide con ciò che noi pensiamo sia necessario. Così poi, quando questa non coincidenza viene a galla insorge il senso di colpa, negriero spietato con la funzione di tenerci lontani da noi stessi e dalla nostra vera Essenza.

Sapienti e illuminati del passato e contemporanei, asseriscono che il motivo per cui veniamo al mondo è quello di realizzare la gioia e la soddisfazione come esseri umani. Questo proposito è di solito perseguito inconsciamente, secondo il proprio livello evolutivo; per cui l’individuo cerca di ottenere gioia e benessere come può e, in mancanza di consapevolezza di Sé, ciò avviene seguendo modelli precostituiti.

Così, dato che il contesto in cui nasciamo e viviamo  ci plasma facendoci credere che per essere felici bisogna agire in un dato modo (sposarsi, avere figli, il posto fisso, essere socialmente approvabili, avere successo sociale, essere brillanti, e quant’altro), prendiamo a prestito quel modello di felicità (che, beninteso, può anche andar bene per qualcuno, ma non siamo tutti uguali!!) e lo indossiamo, credendo che sia ciò che realmente desideriamo, a volte senza mai chiederci se è ciò di cui abbiamo davvero bisogno per sentirci colmi e appagati.

Ognuno di noi viene sulla terra con un bagaglio di qualità, talenti, limiti e potenzialità che gli derivano da precedenti esperienze fatte sotto altre spoglie, in altri tempi e luoghi, su questo o altri pianeti.

L’immagine che lo specchio ci mostra, ciò con cui comunemente ci identifichiamo durante l’incarnazione fisica è solo un fantoccio, un abito preso a prestito, che abbandoneremo esaurita l’esperienza sulla Terra. Ciò che invece continua ad esistere e determina di volta in volta il tipo di vita che andremo a sperimentare nella materia, sulla base delle precedenti esperienze, è il principio Divino o Spirituale, che convenzionalmente chiamiamo Anima o Sè Superiore.

La capacità di aderire o meno allo schema precostituito di cui sopra dipende da quante volte siamo tornati sulla terra, cioè dall’ ”anzianità” dell’anima che viene in incarnazione.

Sicché un’anima antica fatica molto ad adeguarsi agli schemi e soffrirà molto di più delle anime più giovani, perché non può più identificarsi con esperienze già ampiamente conosciute e sperimentate e che perciò sente come inadeguate; percepisce ciò come costrizione ed attuerà scelte, comportamenti, interpretazioni della realtà e linguaggi incomprensibili alla massa che costituisce la società ordinaria e che ci vuole tutti “uguali” per forza.

La tendenza di un tale individuo sarà quella di rompere gli schemi e forzare la struttura che lo limita – che è la sua personalità – e che è costituita da ogni credenza, convinzione, retaggio sociale, familiare, religioso, educativo ecc., facendone uno schiavo.

Ogni essere umano cresce all’interno di questa struttura e ne è prigioniero. Alcuni si accorgono di esserlo. Pochi sono quelli che, essendosi accorti di essere schiavi di sé stessi, riescono a trovare il coraggio per uscire dalla gabbia.

Il motivo di questa mancanza di coraggio deriva da un dilemma fondamentale: l’uomo non sa di essere molto di più di ciò a cui è abituato a credere. Citando testualmente dalla canzone Il Vuoto di F. Battiato: “Sei quello che tu vuoi, ma non sai quello che tu sei”.

É esattamente così.

Dunque noi siamo liberi in essenza (l’Anima è libera e senza limiti), ma crediamo di dover essere come gli altri per essere riconosciuti dal gruppo di appartenenza e così siamo indotti ad agire come costoro si aspettano da noi.

Non ci dedichiamo all’osservazione di noi stessi, perché non ci viene insegnato, e costruiamo giorno dopo giorno quella gabbia entro cui poi dovremo vivere fingendo che sia un bel posto e un bel vivere.

Quando la vita ci conduce ad un momento di riflessione, di scelta, di introspezione, all’inizio non sappiamo dove e cosa osservare e per tutti, o quasi, la scelta obbligata passa per periodi di depressione, senso di vuoto e smarrimento assoluti. Ma la vita è perfetta e generosa, e ci manda continuamente dei segni: imparare a riconoscerli e decodificarli è un esercizio che bisogna praticare se si desidera trovare le risposte, che peraltro sono sempre dentro di noi; saperli riconoscere e interpretarli è indice di avvenuta crescita ed espansione di coscienza.

Nulla è a caso. Nessun incontro è a caso. Nessuna parola, gesto, sorriso, apertura, chiusura, accoglienza, rifiuto, sogno, pensiero, simpatia, antipatia, moto spontaneo del cuore…

Ogni cosa è un segno e può essere interpretato da chi desidera comprendere il perché sta vivendo un momento difficile e vuole cominciare ad uscire dall’annebbiamento che caratterizza la sua vita.

Iniziare a porsi le giuste domande è la strada per liberarsi dalle catene che ci imprigionano e ci impediscono di volare oltre il velo dell’illusione.

 

Testo a cura di La Luce di Gaia

®Riproduzione consentita con citazione della fonte.

L’illusione della storia personale

L’ILLUSIONE DELLA STORIA PERSONALE
Tutti hanno la loro storia personale. I nostri genitori hanno iniziato a tesserla; all’inizio ci hanno detto chi eravamo, ci hanno trasmesso le regole per vivere in una comunità, insieme alle altre persone, in uno specifico contesto sociale.
Così è nato il piccolo ego ed abbiamo iniziato ad ascoltare la sua voce che ci raccontava la nostra storia personale. La voce interiore ci ha raccontato una storia su chi noi fossimo ed in che direzione stesse andando la nostra vita.
Abbiamo trovato la storia talmente convincente che non ci è mai capitato di metterla in discussione. Ma questa storia è proprio vera o è solo l’ego che farfuglia, allontanandoci dalla verità e intrappolandoci nella disperata ragnatela dei pensieri?

Anatomia della storia personale
Ogni momento di risveglio della nostra vita corrisponde ad una storia personale che ha il nostro Sè come punto centrale della questione. La nostra vita può essere interpretata solo entro la cornice di quella storia. Ciò accade perché ci identifichiamo così fortemente con la voce dell’ego, il narratore della storia, che la storia personale diventa il fondamento della nostra vita intera.
Uno sguardo più ravvicinato a quella storia personale, tuttavia, rivela che la nostra storia interiore consiste di un tessuto di esperienze e pensieri. Pensieri che spiegano le nostre esperienze, pensieri a cui crediamo e in cui ci identifichiamo, pensieri che in tal modo forniscono i fondamenti della nostra auto-determinazione.
La nostra storia personale ci mantiene sotto il suo incantesimo, in uno stato ipnotico, in cui tutte le nostre attenzioni sono dedicate alla voce interiore ed alla storia che lei ci racconta. In questo modo noi abbandoniamo la nostra vigilanza, il mondo ci passa accanto, perché ci concentriamo solo sugli elementi di realtà che sembrano confermare la nostra storia personale. Cosicché perdiamo l’appiglio sulle dimensioni più profonde della vita. Queste sono presenti sempre, ma perdiamo il contatto con esse a causa dell’assenza di vigilanza.

Al di là della storia personale.
La questione emerge quando ci chiediamo se siamo veramente identici alla nostra storia personale, o forse siamo più di quello? Tutti hanno un vago sospetto che la nostra storia personale non rifletta la realtà, di fatto noi siamo qualcosa di più profondo.
Quando sembra che tutto vada bene, raggiungiamo gli obiettivi, siamo contenti, il vago sospetto svanisce del tutto e la nostra identificazione con la storia personale si rafforza. Ci sono, tuttavia, momenti nella vita in cui niente ci sembra andare per il verso giusto, così siamo infelici e soffriamo. Il sospetto allora si ripresenta e tendiamo a credere di essere qualcosa di più che il grumo di pensieri che forma la nostra storia personale. Realizziamo di essere più che semplici pensieri.
Fino a che insistiamo sulla nostra storia personale e non su quella parte che ce la racconta, la dimensione più profonda della nostra esistenza ci rimane inaccessibile. Non perché tali dimensioni non siano presenti nella nostra vita (e non producano effetti… anzi!!! ndt), ma perché muoversi nella rete della nostra storia personale storia assorbe tutta la nostra attenzione.

Risvegliarsi dalla storia personale.
Se diventiamo coscienti e consapevoli della storia personale che ci stiamo raccontando, abbiamo una possibilità di risvegliarci dall’incanto ipnotico che la storia personale esercita su di noi.
Per diventare coscienti e consapevoli dobbiamo chiederci: ”chi sta parlando nella mia testa? Chi è la voce interiore che mi racconta questa storia personale?” L’unica possibile risposta onesta a questa domanda è ”non ne ho idea!”. Una risposta diversa è radicata alla storia personale e, come tale, va respinta.
La risposta onesta può certamente essere un trauma, completamente destabilizzante rispetto alla vita che abbiamo fatto fino a quel momento. Più ci identifichiamo con la storia personale, più grande sarà la nostra confusione. Non crediamo più a ciò che avevamo sempre considerato fermamente essere la nostra storia. Questa esperienza può, tuttavia, portarci al punto di dubitare della verità che abbiamo creduto in relazione a noi stessi.
Questo è il primo segnale del risveglio dall’ipnosi. Adesso la nostra attenzione non è più pienamente affidata alla nostra storia personale né alla parte che ci racconta la storia. Possiamo così diventare sensibili alle dimensioni più profonde della nostra vita.

Noi siamo la totalità dell’esistenza.
La porta d’accesso alle dimensioni più profonde della vita è la Vigilanza, che è il risultato del rilascio dell’attenzione dallo stato ipnotico di ascolto della nostra storia personale. Il nuovo stato di vigilanza ci consente di conoscere noi stessi senza identificarci con i nostri pensieri ed emozioni.
Ciò che sperimentiamo in questo nuovo stato, oltre ai nostri pensieri ed emozioni, è la completezza dell’esistenza. In questo stato tutte le frammentazioni spariscono dalla nostra vita, riconosciamo la vastità del nostro spazio interiore nella nostra esistenza, la nostra felicità e pace entrostante. Ci sentiamo a casa nel nostro corpo e realizziamo che la nostra coscienza vigile è libera da ogni pensiero ed emozione.
Quindi possiamo decidere se continuare a dare ascolto alla nostra storia personale o procedere verso il quieto fondamento della nostra esistenza.

Traduzione a cura di LaLucediGaia

brano estratto dal libro: Frank M. Wanderer: The Revolution of Consciousness: Deconditioning the Programmed Mind