Senso di colpa: stato d’animo indebitamente subdolo e pericoloso.

Quanto spesso nella vita ci siamo imbattuti nel senso di colpa, nostro o altrui? Negli ultimi anni trascorsi a condurre gruppi di crescita interiore e risveglio spirituale, mi sono ripetutamente trovata a cercare di far comprendere l’inutilità di questo paravento di autocondanna che l’uomo usa per nutrire le dinamiche distruttive di cui è totalmente all’oscuro.

Certo non è semplice dissertare sul potere devastante del senso di colpa, è però utile sapere, anche se non di semplice comprensione se non lo si è scoperto a proprie spese, che l’unica funzione del senso di colpa è quella di mantenere uno “status quo” interiore, per cui l’individuo che ne è afflitto, con la scusa di agire per il bene altrui a scapito del proprio, continua a perpetuare uno schema che ha l’unica funzione di mantenerlo prigioniero di sé stesso e dei propri meccanismi distorti, quindi indebitamente infelice e frustrato.

Questo carceriere è spesso il più grosso ostacolo che si frappone tra noi e la conoscenza di noi stessi. Sostiene e nutre una maschera di benevolenza a cui desideriamo aderire con tutte le nostre forze, che ci fa ritenere persone dedite al benessere altrui, prima che al proprio. Ma è davvero così?

Il problema è che spesso l’altrui (ma anche il nostro) bene non coincide con ciò che noi pensiamo sia necessario. Così poi, quando questa non coincidenza viene a galla insorge il senso di colpa, negriero spietato con la funzione di tenerci lontani da noi stessi e dalla nostra vera Essenza.

Sapienti e illuminati del passato e contemporanei, asseriscono che il motivo per cui veniamo al mondo è quello di realizzare la gioia e la soddisfazione come esseri umani. Questo proposito è di solito perseguito inconsciamente, secondo il proprio livello evolutivo; per cui l’individuo cerca di ottenere gioia e benessere come può e, in mancanza di consapevolezza di Sé, ciò avviene seguendo modelli precostituiti.

Così, dato che il contesto in cui nasciamo e viviamo  ci plasma facendoci credere che per essere felici bisogna agire in un dato modo (sposarsi, avere figli, il posto fisso, essere socialmente approvabili, avere successo sociale, essere brillanti, e quant’altro), prendiamo a prestito quel modello di felicità (che, beninteso, può anche andar bene per qualcuno, ma non siamo tutti uguali!!) e lo indossiamo, credendo che sia ciò che realmente desideriamo, a volte senza mai chiederci se è ciò di cui abbiamo davvero bisogno per sentirci colmi e appagati.

Ognuno di noi viene sulla terra con un bagaglio di qualità, talenti, limiti e potenzialità che gli derivano da precedenti esperienze fatte sotto altre spoglie, in altri tempi e luoghi, su questo o altri pianeti.

L’immagine che lo specchio ci mostra, ciò con cui comunemente ci identifichiamo durante l’incarnazione fisica è solo un fantoccio, un abito preso a prestito, che abbandoneremo esaurita l’esperienza sulla Terra. Ciò che invece continua ad esistere e determina di volta in volta il tipo di vita che andremo a sperimentare nella materia, sulla base delle precedenti esperienze, è il principio Divino o Spirituale, che convenzionalmente chiamiamo Anima o Sè Superiore.

La capacità di aderire o meno allo schema precostituito di cui sopra dipende da quante volte siamo tornati sulla terra, cioè dall’ ”anzianità” dell’anima che viene in incarnazione.

Sicché un’anima antica fatica molto ad adeguarsi agli schemi e soffrirà molto di più delle anime più giovani, perché non può più identificarsi con esperienze già ampiamente conosciute e sperimentate e che perciò sente come inadeguate; percepisce ciò come costrizione ed attuerà scelte, comportamenti, interpretazioni della realtà e linguaggi incomprensibili alla massa che costituisce la società ordinaria e che ci vuole tutti “uguali” per forza.

La tendenza di un tale individuo sarà quella di rompere gli schemi e forzare la struttura che lo limita – che è la sua personalità – e che è costituita da ogni credenza, convinzione, retaggio sociale, familiare, religioso, educativo ecc., facendone uno schiavo.

Ogni essere umano cresce all’interno di questa struttura e ne è prigioniero. Alcuni si accorgono di esserlo. Pochi sono quelli che, essendosi accorti di essere schiavi di sé stessi, riescono a trovare il coraggio per uscire dalla gabbia.

Il motivo di questa mancanza di coraggio deriva da un dilemma fondamentale: l’uomo non sa di essere molto di più di ciò a cui è abituato a credere. Citando testualmente dalla canzone Il Vuoto di F. Battiato: “Sei quello che tu vuoi, ma non sai quello che tu sei”.

É esattamente così.

Dunque noi siamo liberi in essenza (l’Anima è libera e senza limiti), ma crediamo di dover essere come gli altri per essere riconosciuti dal gruppo di appartenenza e così siamo indotti ad agire come costoro si aspettano da noi.

Non ci dedichiamo all’osservazione di noi stessi, perché non ci viene insegnato, e costruiamo giorno dopo giorno quella gabbia entro cui poi dovremo vivere fingendo che sia un bel posto e un bel vivere.

Quando la vita ci conduce ad un momento di riflessione, di scelta, di introspezione, all’inizio non sappiamo dove e cosa osservare e per tutti, o quasi, la scelta obbligata passa per periodi di depressione, senso di vuoto e smarrimento assoluti. Ma la vita è perfetta e generosa, e ci manda continuamente dei segni: imparare a riconoscerli e decodificarli è un esercizio che bisogna praticare se si desidera trovare le risposte, che peraltro sono sempre dentro di noi; saperli riconoscere e interpretarli è indice di avvenuta crescita ed espansione di coscienza.

Nulla è a caso. Nessun incontro è a caso. Nessuna parola, gesto, sorriso, apertura, chiusura, accoglienza, rifiuto, sogno, pensiero, simpatia, antipatia, moto spontaneo del cuore…

Ogni cosa è un segno e può essere interpretato da chi desidera comprendere il perché sta vivendo un momento difficile e vuole cominciare ad uscire dall’annebbiamento che caratterizza la sua vita.

Iniziare a porsi le giuste domande è la strada per liberarsi dalle catene che ci imprigionano e ci impediscono di volare oltre il velo dell’illusione.

 

Testo a cura di La Luce di Gaia

®Riproduzione consentita con citazione della fonte.

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